VIVERE OLTREFRONTIERA

Viaggio tra testimoni di spirito fraterno e di forza interiore: da Bose... al Sahara. Come filo-rosso i valori scalabriniani: l'empatia, la solidarietà con chi ha superato FRONTIERE, vive da MIGRANTE o da FRATELLO universale...

24 décembre 2008

natale 2008

bambino_natale

l'augurio di vivere

con più coraggio e più fiducia

quello che fai e quello che vivi

per rendere il mondo più umano e fraterno.

Soprattutto se operi nel mondo delle minoranze

come l'emigrazione.

Oggi Dio si è fatto migrante

a Betlemme...

Buon natale!

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13 décembre 2008

fede di migranti

fede di 

PORTALE_CHIESA

migranti

Maria mi avverte delicatamente:“Padre, la prossima domenica non verrò alla messa!” È un po’ mortificata nel dirmelo, ma capisco subito, andrà alla chiesa del suo quartiere, alla sua età non è poi così facile muoversi... D’altronde, mi dico, è bello anche questo: sentirsi a casa qui alla Missione italiana o andare senza paura a messa insieme... agli stranieri, in un’altra lingua, con un altro stile. Siamo all’estero, è vero.

Da giovane, tutte le domeniche, era qui alla Missione cattolica italiana tra una marea di altri italiani. Ritrovarsi insieme è ritrovare se stesso. Cioè sentirsi se stessi fino in fondo, recuperare la propria identità, respirare il medesimo clima, cogliere le cose al volo... Dopo una settimana che si sta in un Paese dove tutto è straniero come la lingua, il ritmo, le abitudini e i volti, sentirsi tra i suoi alla domenica è qualcosa di magico. Eppoi, la fede è stata già da piccoli legata alla comunità, alla festa insieme, ai santi, alla parola reciproca di conforto o di compagnia... e qui alla Missione italiana è proprio questo che si respira.

In una comunità di emigranti è una dinamica abituale: sistole e diastole, duplice movimento del cuore, è il ritrovarsi per poi disperdersi, il perdersi tra gli altri per incontrarsi di nuovo. La stessa dinamica, in fondo, che vive ogni grande religione settimanalmente il venerdi, il sabato o la domenica con i propri credenti: lo si nota, qui all’estero, con i vicini di casa che sono musulmani, ebrei o protestanti. Incontrarsi per celebrare la vita, disperdersi per viverne la fede. Stupenda ambivalenza.

È sempre la stessa fede di Abramo che rivive in questa nostra gente. E non solo per quella fiducia cieca che li ha fatti partire e atterrare in un altro mondo o in un altro emisfero... Mi sembra ancora di rivedere la tristezza infinita di siciliani o di pugliesi nell’arrivare smarriti in un paesaggio innevato e freddo della Svizzera: “Ma chi mai sapeva cos’era la neve?!” O in villaggi neri di foschia e di fuliggine attorno alle miniere del Belgio: “Dover lavare ogni settimana i muri esterni della casa sporchi di smog, si dicevano tra loro, ma chi se lo era mai sognato di fare?!” E così lasciare alle spalle per sempre il loro sole, i bei panorami che si godevano nelle terre del Sud e che erano, anche se non sembra, una parte della loro vita... Eppoi i ritmi di lavoro, come quello a cottimo, tanto più lavori e tanto più ti pagano. Per una manciata di soldi in più un lavoro che ti illude e ti consuma fin dentro all’anima: impari a diventare una macchina che sa solo lavorare e niente più!

Ormai è la fede della provvisorietà e dell’itineranza che li insegue continuamente e ovunque. Tutto rimane fragile, provvisorio, quotidiano, a cominciare dalla realtà che ti sembrava più sicura: i figli. Ogni giorno che crescono si allontanano un passo di più da mamma e papà, dalla nostra stessa cultura: parlano un’altra lingua, hanno altri gusti, vivono altri sogni... “Si annoiano perfino del nostro tesoro: quel pezzo di casa rimasto in Italia che serve nei pochi giorni di ferie all’anno!” Ritornare sempre al solito posto ormai non li incanta più...“Ma non sono questi i nostri figli?!” ci si chiede a volte con amarezza, guardandoli crescere. Legge amara e paradossale: il migrante sarà accolto in un Paese nella misura in cui i figli diventeranno in casa propria degli stranieri!

Ed è quella fede che ritrovi nella preghiera di Angela, domenica scorsa: “Ti ringrazio, Signore, perchè questo tumore che mi è arrivato mi ha fatto capire che la vita non è mia. Veramente, è un dono che mi fai ogni mattina e non so fino a quando...” Solamente in una vita di emigrazione può nascere una preghiera simile che, ascoltandola, fa stringere il cuore. Preghiera della provvisorietà. Dove ancora vive lo spirito di Abramo e quella fiducia ad occhi chiusi nella notte di una prova. Cammino oscuro da fare soli insieme a Dio: non si vive unicamente di certezze, ma anche di fede, di fiducia. E, in fondo, è questa che fa rinascere il mondo...

Se provi poi a chiedere a qualche nostro emigrato qui che cos’è la fede... non ti risponderà, non saprebbe neanche farlo. Dagli occhi, però, dal modo di guardarti capirai subito che per lui è un motore. È quella forza, insomma, che Dio stesso ha trasmesso a lui, ai suoi e alla sua originale avventura. Non è tanto per lui una visione, una credenza, un’idea ragionata o un sentimento improvviso... È qualcosa che gli ha fatto superare tutti gli ostacoli che, in una vita di migranti, sono stati così tanti da sembrare infiniti.

Ogni volta alla celebrazione dei 25, 40 o 50 anni di matrimonio di emigranti guardo salire all’altare una coppia spesso incerta e barcollante. Prendo loro le mani, le tengo ben strette insieme e invitandoli a chiudere gli occhi - come ha fatto la loro fede - invoco lo sguardo di Dio su questa storia coraggiosa e fiduciosa costruita insieme. “Siamo stati bravi, Padre, tanti anni insieme...” mi soffiano a bassa voce con emozione mista ad una punta di orgoglio, sufficiente affinchè i figli possano sentire e forse imparare...

Sì, sono stati bravi! Difficoltà e sofferenze affrontate insieme, umiliazioni e illusioni provate, una speranza grande vissuta dentro, tutto li ha solidificati: sono vittoriosi insieme. Lo si vede ora dal loro sguardo luminoso, anche se il corpo ormai è malandato.

Sentono che la loro vita di emigranti si può riassumere in due sole parole: una lotta e una danza, allo stesso tempo. Qualcosa di duro, di amaro e di inimmaginabile che non potranno mai più dimenticare. Ma anche qualcosa di bello che ha aperto l’orizzonte e il cuore, li ha fatti rinascere in un altro mondo che ora sentono come proprio. Nel loro piccolo - ma essi non lo sanno - la loro fede ha trasformato il mondo. Ogni emigrante fa incontrare e riconciliare, senza saperlo, mondi differenti, visioni della vita ben diverse. Attraverso di lui, valori e culture lanciano dei ponti nel mare aperto dell’umanità. Anche Dio, un giorno, ha fatto lo stesso tra il cielo e la terra: divenne come uno di noi, migrante... E fu Natale.   

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06 décembre 2008

visitando il british museum

rosettabig

l’arte di

apprezzare

l’altro 

A mezzogiorno dopo il breve corso di inglese a Oxford Street, prendo il mio panino quotidiano e mi avvio in un luogo vicino per consumarlo: si trova a due passi ed è proprio il British Museum. Mi confondo tra la folla che entra ed esce, non serve biglietto di entrata (come d’altronde - grandiosa idea! - per tutti i musei qui, a Londra), e nella hall oltre al ristorante interno due self-service accoglienti, spaziosi, eleganti sembrano dirti: sei a casa tua! A sorvegliarne uno dall’alto dei suoi undici metri c’è tra l’altro uno stupendo totem in legno intagliato di quasi duecento anni fa, proveniente da un’ isola del Canada. A volte preferisco, invece, l’altro custodito da un’enorme stele in alabastro del re assiro Assurbanipal, imponente e degna compagnia per l’occasione. Il bookshop di fronte porta nel bel mezzo, in pietra, un guardiano cinese degli spiriti del male di epoca Ming, serio e assorto nel suo mestiere. Pezzi d’arte, così, si confondono con la gente e il loro rito quotidiano di consumare qualcosa, ammirando...

Ma qui un museo è un luogo di vita: non“trasforma l’opera d’arte in un semplice oggetto” come direbbe André Malraux. Vedi scorrere frotte di bambini con dei quaderni in mano e appena tracciato sopra qualche profilo di statua del Partenone... Oppure una giovane mamma davanti a un Buddha thailandese del XVII secolo: seduta per terra davanti con le gambe a fior di loto insegna alla sua bambina a provare anche lei... mentre il piccolo in carozzina contempla il tutto già con l’immortale serenità di un Buddha. È un’estetica viva, vissuta. Ed è soprattutto l’arte di contemplare il diverso, l’altro. L’arte di apprezzare un’altra cultura.

E osservo vagare tutta questa gente stupita nelle sale delle arti asiatiche e in quel superbo percorso di 7.000 anni di giada cinese: un cammino di meraviglie tra i secoli di una pietra dal magico color verde. Vi si incontra perfino il vestito funebre di un imperatore del II secolo prima di Cristo: duemilaquattrocento placche di giada legate da filo d’oro, lavoro di ben dieci anni prima della morte. Oppure lo stupore nel settore delle mummie egiziane che diventa quella sottile curiosità da detectives degli esploratori inglesi... La miracolosa stele di Rosetta, invece, sorride all’entrata con gente che si ferma tutt’attorno, quasi fossero api intorno ad un favo di miele. Ed è vero, in fondo, permise agli studiosi una... dolcissima scoperta: la misteriosa lingua dei faraoni. Sì, insondabile mistero fino allora dell’alterità di una scrittura.

Ma mi trovo anche ad ammirare i tantissimi volti ed epressioni di visitatori stranieri, orientali, europei, non mancano mai dei giovani italiani e i loro gesti baldanzosi... “La gente è il più grande spettacolo del mondo!” esclamerebbe Charles Bukowski. Guardo con ammirazione una giovane coppia di coreani: da tempo seduti si osservano da vicino, si parlano lentamente, incantati - delicati volti di porcellana - accarezzandosi unicamente con lo sguardo... Sì, un altro modo di cantare l’amore. Ed è un’altra opera d’arte, che ammiro... “Senza amore l’umanità non sopravviverebbe un solo giorno” aggiungerebbe filosoficamente Erich Fromm. Ed è questo sguardo incantato la chiave stessa nello scoprire il valore dell’altro. O il valore di un altro mondo.

Anche l’italiano, rifletto tra me, è un popolo estetico, per eccellenza. Erede del mondo greco, romano, rinascimentale... porta in sé il senso del buon gusto, il valore del bello. Perfino il linguaggio lo rivela, attraverso l’inflazione del termine bello, usato da noi in tutte le salse. Ma l’estetica dovrà imparare ad aprisi, non a rinchiudersi in sè o nel proprio simile, narcisisticamente. Solo l’alterità, l’altro darà il senso più vero e dinamico alla vostra capacità estetica. Lo stupore di fronte al differente o al nuovo dovrà sostituire la nostra istintiva condanna o il sorriso di distanza che appare spesso in volto facendosi irrisione...

La curiositas, l’apertura al diverso sarà un valore da insegnare e da coltivare. Ed è la lezione più grande che si riscontra tra i nostri emigrati italiani, immersi in una cultura a volte agli antipodi della nostra. Mi commuove sempre in Inghilterra, in Francia o in Africa del Sud sentirmi dire: “Sa, quello che veramente mi piace qui...” e ti sottolineano dei valori sconosciuti, qui finalmente incontrati. Stupenda lezione di vita, quando i nostri orizzonti si aprono! Saper cogliere così il senso del bello in un racconto arabo, in una scultura africana, in un’espressione religiosa indù... Il lasciarsi stupire è un segreto possente. Ed è quel modo disarmato di prepararsi a capire l’altro, ad entrare in punta di piedi nel suo mondo così differente. Segreto prezioso nella realtà multiculturale in cui viviamo, indispensabile, anzi, oggi più che mai. Per scrivere insieme il domani. 

Posté par renatozilio à 10:10 - Commentaires [0] - Rétroliens [0] - Permalien [#]



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